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Lonely Wolf International
Film Festival 2022 
Colloquio

“Lettera a Faber” nasce dall’amore incondizionato che provo nei confronti di De Andrè. Essendo italiano, ma soprattutto genovese, la mia arte è ed è stata ispirata dalle sue canzoni, dalle sue poesie.

Ciao Christian, è fantastico poter parlare con te, come stai dopo tutto quello che sta succedendo?

 

È un piacere fare la tua conoscenza. Sto molto bene, davvero molto bene. Ciò che è successo a “Lettera a Faber” mi rende molto orgoglioso: una selezione così importante ad un festival come quello del Lonely Wolf deve essere un vanto.

 

Sei stato in grado di rimanere almeno positivo e creativo?

 

Eh, ci si prova, ci si prova. Nel mio lavoro è fondamentale rimanere positivi e creativi. Senza creatività e senza positività non si possono tirare fuori idee geniali da donare poi alla storia, no?

 

Hai avuto un grande festival con Lettera a Faber, pensavi che il tuo film avrebbe ricevuto un'accoglienza così calorosa e gradita?

 

In realtà, da buon italiano, pensavo di avere qualche chance ma non di arrivare fino alle semifinali. Vedendo tutti i progetti in gara, davvero strepitosi, mi sono spaventato, devo essere sincero. Tuttavia, alla fine, “Lettera a Faber” è riuscito ad posizionarsi molto in alto e quindi non posso che essere felice e grato.

 

Congratulazioni per aver fatto parte di Lupo Solitario con Lettera a Faber, come ci si sente a far parte di una serie di film così straordinaria?

 

E’ davvero una bella sensazione. Adrian Perez, Il Ceo fondatore, si è mostrato molto disponibile, attento e premuroso nei miei, nostri confronti. “Lonely Wolf” è un festival straordinario anche perchè da voce a tutti quei progetti che, ritenuti indipendenti, stentano ad arrivare al grande pubblico. Perciò, l’impegno di Adrian e di tutto il team, è assolutamente da lodare e da sottolineare.

 

Cosa speri di portare via dalla tua esperienza in Lonely Wolf?

 

Bèh, da questa esperienza porto via soltanto vibrazioni positive. Avere certe conferme e certe “certificazioni” è importante nel nostro lavoro. Inoltre, sono contento che un cortometraggio/documentario come il nostro, improntato a commemorare una figura mitica come quella di De Andrè, possa essere apprezzato anche all’estero: De Andrè, in Italia, è un punto fermo dell’arte ma all’estero è sempre una incognita.

 

Quanto sono importanti festival come Lonely Wolf nel sostenere e sostenere i cortometraggi indipendenti?

 

Molto, molto, molto importanti. L’ho forse già detto nella domanda precedente ma lo ripeto qua: Lonely Wolf è fondamentale per dare luce e spazio a tutti quei progetti che stentano, per problemi finanziari, ad arrivare al grande pubblico: grazie Lonely, grazie Adrian.

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Puoi raccontarmi come è nato il tuo documentario Lettera a Faber, cosa c'era di Fabrizio de André che ti ha ispirato a fare questo film?

 

“Lettera a Faber” nasce dall’amore incondizionato che provo nei confronti di De Andrè. Essendo italiano, ma soprattutto genovese, la mia arte è ed è stata ispirata dalle sue canzoni, dalle sue poesie. Io, poi, da poeta (tra non molto tradotto in lingua araba), ho sempre ammirato lo stile metrico usato da Faber nelle sue canzoni: De Andrè è stile e contenuto mischiati insieme. Allora, desideroso appunto di regalare un pensiero alla sua defunta anima, ho chiesto aiuto ad uno dei miei più stretti collaboratori “Filippo Castagnola” il quale è riuscito, mettendo insieme una svariata quantità di immagini estrapolate dal contesto genovese, a dare vita al cortometraggio. “Lettera a Faber” è poesia in immagini.

Quali sono state le sfide più grandi che hai dovuto affrontare per dare vita a questo?

 

La sfida più grande e più incombente è stata quella di scrivere un testo che potesse commemorare ma non stancare la memoria di un grande artista come De Andrè. Quando ti accosti a certi personaggi, così noti e così trascendentali in ambito artistico, hai sempre paura di non essere all’altezza, hai sempre paura di non essere in grado di rendere onore alla sua memoria. Perciò, consultandomi internamente e consultando le mie emozioni, alla fine ho scelto di scrivere una lettera a cuore aperto: non puoi sbagliare se ricordi con amore.

 

Qual era il messaggio che volevi trasmettere con i tuoi film, pensi di averlo raggiunto?

 

Volevo trasmettere passione, amore, malinconia, riflessione e penso d’esserci riuscito. De Andrè cantava gli ultimi, i “reietti” della società, cantava tradizioni oramai scomparse. Quindi, una parte del video (il corpo centrale), è molto riflessivo e molto umanitario: parlo, ad esempio, del fatto che, secondo me, ormai nessuno cantava la sofferenza (quella vera), nessuno canta l’amore ma tutti pensano alla fama e ai privilegi rilasciati da essa.

 

Quando crei personaggi, trai mai ispirazione dalla tua vita e dalle tue esperienze?

 

Certamente, certamente. Tutti i miei personaggi, sia quelli dei miei libri che quelli delle mie opere cinematografiche, sono ispirati dalla mia condizione umana e dai ricordi che ho vissuto vivendo. Dietro ad un nome inventato c’è quasi sempre una storia di vita vera.

 

Hai sempre avuto una passione per il cinema e come è cambiato il tuo approccio ai tuoi progetti cinematografici da quando hai iniziato?

 

Si, ma solo ultimamente sono stato folgorato dalla sua potenza. Prima, quando ero più piccolo, ero un fruitore di cinema inconsapevole. Preferivo i libri perchè potevo immaginarmi la storia nella mia testa, senza vederla chiaramente. Ultimamente, invece, ho capito che un buon film è fatto di buone idee e che lo spettatore vede un decimo del pensiero del regista: ciò che lo spettatore vede è il risultato di una elaborazione maniacale compiuta dal regista o dallo sceneggiatore.

 

Cosa ispira il tuo lavoro?

 

Il mio lavoro è ispirato dalla passione per la bellezza. Credo che in questo periodo storico sia molto difficile fare arte vera e storicamente valida. Credo di star vivendo in un mondo oberato da tentativi di fare arte e allora, il mio obiettivo, è quello di regalare al mondo un qualcosa che venga ricordato e non abusato per un breve lasso temporale.

A sinistra Christian Olcese, a destra Filippo Castagnola.jpeg

"Prima, quando ero più piccolo, ero un fruitore di cinema inconsapevole. Preferivo i libri perchè potevo immaginarmi la storia nella mia testa, senza vederla chiaramente."

Ci sono temi che stai cercando di esplorare con progetti futuri?

 

Si, certo. Sto lavorando ad un nuovo progetto, molto grosso. Tuttavia, essendo una persona scaramantica, preferisco ancora non parlarne pubblicamente: come disse Hemingway “Non lo disse ad alta voce perché sapeva che a dirle le cose belle non succedono”.

 

Hai qualche consiglio o consiglio da offrire a un collega cineasta?

 

I consigli che posso dare, da giovane regista e sceneggiatore quale sono, sono quelli di non mollare mai, di avere sempre fame e di pensare che il mondo ha bisogno di gioventù capace di innovare un panorama artistico abbastanza fermo e bloccato.

 

E infine, cosa vorresti che il pubblico portasse via da Lettera a Faber?

 

Vorrei che il pubblico si facesse trasportare dalle mie parole, magicamente indorate dalla voce di Francesco Patanè, e vorrei che riflettesse sulle tematiche da me espresse: chi guarda o chi guarderà il mio, nostro lavoro deve essere conscio del fatto che attraverso la tradizione si può arrivare nel futuro.